L' evoluzione dei bivacchi delle Alpi

19.07.2026

Ieri sera ho partecipato a una conferenza organizzata dalla sezione CAI Monte Lussari di Tarvisio. Il relatore era Luca Gibello, giornalista, storico e critico di architettura contemporanea. Ha insegnato al Politecnico di Torino e all'Università di Trento ed è stato tra i fondatori de Il Giornale dell'Architettura, che ha diretto dal 2002 al 2024. Tra le sue pubblicazioni spicca I bivacchi delle Alpi, il suo ultimo lavoro, dedicato a un tema che studia da molti anni con competenza e passione.

Più che a una conferenza, ho assistito a una coinvolgente lezione sulla nascita dei primi bivacchi e sulla loro evoluzione nel corso di oltre un secolo. Attraverso immagini, aneddoti e riferimenti storici, Gibello ha raccontato come questi piccoli manufatti abbiano accompagnato l'evoluzione dell'alpinismo, riflettendone i cambiamenti tecnici, culturali e persino estetici.

Da spartano e vernacolare prefabbricato, concepito come semplice ricovero e punto d'appoggio per alpinisti ed escursionisti, il bivacco moderno si è progressivamente trasformato anche in un'opera di architettura. Molti dei più recenti interventi sono firmati da progettisti di fama e vengono pubblicati sulle riviste specializzate: vere e proprie capsule di sopravvivenza inserite in paesaggi estremi, dove design e qualità formale convivono.

È proprio questo aspetto che mi induce a una riflessione. Mi chiedo se il contributo dell'architettura, anziché rappresentare un valore aggiunto, non rischi talvolta di snaturare l'essenza stessa del bivacco. Nato per offrire un riparo essenziale a chi frequenta la montagna, il bivacco potrebbe trasformarsi in un oggetto iconico, più pensato per essere fotografato e visitato che per assolvere alla propria funzione primaria.

Fino a che punto l'innovazione architettonica arricchisce questi manufatti e quando, invece, rischia di trasformarli in qualcosa di diverso da ciò per cui erano stati concepiti? 

Il rischio è che, diventando l'ennesima firma di un'archistar o di un progettista in cerca di visibilità, il bivacco perda progressivamente il suo ruolo originario e diventi un edificio autoreferenziale. Non più, o non solo, uno strumento al servizio dell'alpinismo, ma una destinazione capace di attrarre un turismo culturale e di massa.

Qualcuno potrebbe non vedere nulla di negativo in questo cambiamento di paradigma. Un sindaco o un'azienda di promozione turistica potrebbero anzi considerare questi interventi un investimento capace di richiamare visitatori e generare ricadute economiche. È una posizione legittima. Tuttavia, si tratta di una logica diversa da quella che ha ispirato la nascita dei bivacchi. In questo caso il centro dell'attenzione non è più l'alpinismo, ma il turismo.


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